Il filosofo Caffo: “Noi occidentali abbiamo l’obbligo di diventare vegani”
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Il filosofo Caffo: “Noi occidentali abbiamo l’obbligo di diventare vegani”

Ed ecco una intervista da leggere, fatta a Leonardo Caffo da Beatrice Montini per il Corriere della Sera. Vi farà riflettere su ciò che vuol dire essere vegani.

Buona lettura!

“Amo gli animali e credo che abbiano il nostro stesso diritto di stare al mondo”. Catanese, classe 1988, Leonardo Caffo è uno dei pochissimi filosofi che in Italia si occupa di antispecismo. Autore di libri come “Il maiale non fa la rivoluzione” (ed. Sonda, 2013), tra le altre cose, collabora con La Lettura. Gli abbiamo chiesto cosa significhi per lui essere vegan oggi.

Spesso si dice che essere vegan è una moda degli ultimi anni. Quando il tema del nostro rapporto con gli altri animali è entrato nel dibattito filosofico?

La questione animale non coincide col veganismo ma è nata con la stessa filosofia. Già Aristotele, Platone , Pitagora, Plutarco parlano della relazione tra uomo e animali. Ma anche Cartesio o Heiddeger la affrontano. Possiamo dire che la questione animale è intrinsecamente legata alla cultura umana. In una delle prime opere d’arte di cui abbiamo testimonianza, le pitture nella Grotta di Chauvet, in Francia, troviamo raffigurati  bisonti, mammut, rinoceronti, leoni, orsi, cervi. E così via.

E il veganismo invece?

È un progetto culturale nato recentemente e strettamente legato al problema che lo ha generato: lo specismo nato con l’industrializzazione della produzione del cibo. Sintetizzando possiamo dire che nel dibattito sulla “questione animale” è diventato più stringente il tema del “mangiare o meno gli animali”. Per questo il veganismo è un prodotto tipicamente occidentale che ha senso solo in una società dove esistono delle alternative al non mangiare carne.

Cioè?

Che non ha senso parlare di veganismo in Africa ad esempio. E che il veganismo è un prodotto tipico della società borghese occidentale. E che ritengo, se vogliamo portare questo concetto alle estreme conseguenze, che dovremmo considerare molto più “vegano” un pescatore di un villaggetto thailandese che si nutre di quello che pesca rispetto a un turista occidentale che vola in aereo a Bangkok e si mette a cercare un supermercato dove acquistare un hamburger di soia preconfezionato.

Nella nostra società crede che la scelta vegan sia la migliore?

Sì, noi occidentali, se vogliamo vivere una vita giusta, abbiamo l’obbligo di diventare vegani. Non abbiamo altra scelta. L’uomo è un consumatore di suolo e la scelta vegan a livello alimentare – ad esempio – è la soluzione più veloce per ridurre il nostro impatto ambientale. Ma l’etica è contestuale e la filosofia ha senso solo se tiene insieme l’utopia radicale e il mondo concreto. Bisogna anche prendere atto della realtà: un mondo umano senza violenza, sia contro gli altri uomini che contro gli altri animali, non è possibile. Anche se io lotterò sempre, fino alla fine, contro questa violenza.

Come si spiega un clima abbastanza diffuso di “diffidenza” verso chi ha scelto uno stile di vita non violento verso gli altri animali?

L’animalismo è fatto anche di prese di posizioni radicali perché è nato in ambienti radicali negli anni ’70. Per questo spesso fa fatica ad accettare cambiamenti positivi ad esempio nella situazione degli animali negli allevamenti o nelle tendenze di consumo. È abolizionista e non riduzionista. Inoltre dobbiamo tenere conto che gran parte del nostro sistema economico si regge sullo sfruttamento animale e una critica a questo sistema è problematica. Bisogna poi sottolineare che quando il sistema in cui vivi giustifica un tipo di violenza (in questo caso contro gli animali) è difficile cambiare prospettiva. Per questo ritengo che oggi essere animalisti sia una scelta di infelicità. Perché è impossibile “integrarsi”, mescolarsi con altre culture (per esempio quando non puoi assaggiare e condividere certi cibi) e perché ogni giorno è fonte di sofferenza nel sapere e vedere cosa accade agli animali. Per questo non riesco a biasimare la miriade di persone che, coscienti della violenza delle nostra società, scelgono di non vedere.

Ma in molti scelgono comunque di lottare per cambiare questa situazione.

Sì, certo. La mia vita perderebbe di senso se io stesso non lo facessi. L’animalismo è un esercizio di realtà oltre che di amore. Recentemente è morto il mio cane e non posso smettere di pensare a quante cose mi ha trasmesso. Gli animali sono una fonte meravigliosa di scoperta del mondo e nutrirsi di loro è semplicemente una follia.

Fonte dell’intervista: veggoanchio.corriere.it/

Non perdete l’occasione di leggere il libro di Caffo, il manifesto filosofico per una nuova generazione di animalisti più radicali, più trasversali, più integrati nella cultura e nella società!

di Antonella Tomassini

Il Maiale non fa la Rivoluzione
Il Nuovo Manifesto per un antispecismo debole – Nuova edizione ampliata e aggiornata
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